27 Gennaio, Giornata della Memoria: noi abbiamo dimenticato

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«Ci sono coloro che dicono che nessun dolore può essere equivalente a quello morale. Questo lo dicono i dotti e i libri. Però, se esci per strada nei trivi e chiedi ai testimoni, a coloro i cui corpi sono stati torturati mentre su di essi tuonava la morte […] saprai che non esiste nulla, nulla di più profondo e di più sacro di un corpo che viene torturato.» – Così scriveva Venezis. nel prologo de “Il Numero 31328”.

Ho scelto volontariamente d’iniziare così questa riflessione perchè la carne dell’essere umano torturata, umiliata, ammazzata non conosce – e, in questi mesi, lo stiamo comprendendo – coordinate temporali e spaziali.

Potrei iniziare sostenendo – e in modo unanime mi dareste ragione – che il 27 Gennaio 1945 l’Armata Rossa, abbattendo i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz, squarciò il velo, mostrando al mondo come l’essere umano riesca ad infliggere a suo fratello il dolore in modo sistematico e meccanico.

Mi dareste ragione, anche, se vi dicessi che la Shoah fu il periodo più buio della storia dell’Umanità.

Ma questa riflessione non si pone a maestra di morale. Puntare il dito significa percepire una distanza con ciò che si sta accusando. Non credo che sia possibile percepirla, ad oggi.

Le dinamiche storiche, è vero, non si ripetono mai, identiche, due volte.

Auschwitz I, Illuminazione, Polonia

Ma il modo in cui l’essere umano infligge sofferenza all’essere umano non cambia, anzi peggiora, diviene sempre – passatemi il termine – fantasioso. Come se fosse indispensabile, trovare un modo per rendere sempre più straziante il dolore di un padre o di una madre di fronte al figlio morto.

«Cosa hanno fatto i miei figli per essere fatti a pezzi? Ho trovato solo sei dei loro corpi intatti, mentre gli altri erano smembrati in un sacchetto di plastica.»

«Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione. Fu silenzio in quel vagone in quegli ultimi giorni. Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza degli ultimi momenti. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo l nostro amore come un ultimo saluto. Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno.
Poi, poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi.»

Due testimonianze: Nabeel al-Nimnim, residente a Gaza e Liliana Segre, sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz. Abbiamo davvero il coraggio di dire che la sofferenza dell’una vale meno di quella dell’altro? Che il dolore dell’una è più dolore dell’altro? No, affermare che entrambe le testimonianze meritano, in ugual misura, il nostro sacro e profondo silenzio, non è una mancanza di rispetto nei confronti della Storia che oggi ricordiamo.
Al contrario, riconoscere che quella ferita sparge ancora sangue e si ravviva oggi, è la più alta forma di memoria.

Si, oggi, perchè noi dalla storia non abbiamo imparato nulla.

Noi ,si, ci accuso. Ci accuso perchè l’Italia si è astenuta per ben due volte dalla risoluzione Onu che chiede una tregua nella striscia di Gaza. Ma davvero l’Umanità può essere contaminata dall’ideologia politica?

Ci accuso perchè – come nel periodo nazista, in cui in maniera ufficiosa, si conosceva il significato di “campo di sterminio” ,anche, al di fuori di quell’Inferno terreno – noi, oggi, nel comfort del nostro occidente “civilizzato” scorriamo i nostri feed consapevoli di aver davanti agli occhi un genocidio.

Fra 50 anni potremmo dire di aver fatto qualcosa per fermare tutto questo?

Gaza, Piccola Ragazza, Guerra, Ritratto

Sentiamo parlare di mondo globalizzato, dì mondo civilizzato, di progresso.
Da quel 27 gennaio sono cambiate tante cose: siamo andati sulla Luna, abbiamo inventato la televisione e il computer.

Ma, a pari passo con l’intelligenza artificiale, non abbiamo affinato la nostra capacità di empatia, non abbiamo imparato ad evitare, a tutti i costi, lo strazio dì dolore.

Anzi, lo provochiamo e lo deridiamo, pensiamo ai mille video che girano in rete.
Sì parla tanto di multiverso, di come possa cambiare le nostre vite, ma la verità è questa: non abbiamo ancora imparato a vivere in pace in questo granello di Universo.
Si parla di progresso, ma stiamo facendo, paurosamente, mille passi indietro. Il dolore dei campi di sterminio non sì estende più nello spazio delimitato da un filo spinato, ma dilaga, paurosamente, in mille luoghi.
59 guerre rendono le “Terre insanguinate” riprendendo il titolo di un’ opera di Didò Sotiriu del 1962.
Spero che voi essere umani, fra 100 anni, potrete dire con il cuore libero «per non dimenticare» perché noi, invece, abbiamo dimenticato.

 

Costanza Maugeri

Costanza Maugeri

Brand Ambassador at CryptoGirl | Studio Lettere Moderne presso l'Università di Catania. Nella mia vita scrivo per necessità e mangio per passione.